
Il laboratorio di Convivenza civile (ex Educazione civica, oggi Costituzione e cittadinanza) che ha coivolto i miei alunni l’anno scorso riguardava la realizzazione di una guida di Giampilieri, guida studiata e poi illustrata nel corso di una escursione mattutina.
I miei alunni erano bravi e brillanti. Avevano colto immediatamente lo scopo dell’escursione, sapevano, insomma, che non mi sarei accontentata di una passeggiata banale per le vie del paese. Volevo notizie, informazioni, curiosità. Volevo sapere dove vivevano, quali erano i monumenti, quali gli scorci più belli e dove amavano andare nel tempo libero.
Abbiamo scelto una bella giornata di sole, lo scorso anno, per la nostra escursione. I miei alunni s’erano preparati bene. S’erano divisi le strade, le piazze, i vicoli: ognuno raccontava la sua parte, snocciolava date, nomi, s’entusiasmava a spiegare ed erano soddisfatti dello stupore sincero mio e della mia collega. Si passeggiava nelle viuzze d’un presepe naturale in una successione di scalette, vicoli, lastricati, passaggi.
E dopo i resti dell’arco del convento, fra il vicolo dov’era la casa di “ics” e la fontana preziosa, i miei alunni mostravano con la stessa dovizia di particolari il livello dell’ultima alluvione, dell’ultima frana. Non antica, non lontana, ancora nei loro occhi. Era soltanto del 2007.
“Guardi, prof, guardi dov’è arrivato il fango”, dicevano e mostravano con il dito proteso una strisciata scura lungo i muri.
La montagna frana da anni. Piano piano, scivola verso il basso. Lo sapevano tutti. Anche i miei alunni. E aspettavano. Aspettavano gli interventi per consolidare la montagna. Mai arrivati. Aspettavano, felici di trovarsi in classe dall’altro lato del torrente e quando pioveva a dirotto, sospirando, sussurravano: “Meno male che siamo nella scuola nuova…”.
Una mattina, uscendo da scuola, pioveva fortissimo. I tergicristalli non riuscivano a spazzar via l’acqua che subito il vetro si riempiva di nuovo. Non si vedeva nulla. Lungo la strada statale mi arrivavano le onde altissime dal mare sul cofano. Schiaffi d’acqua di sopra, di sotto, sulle fiancate. Andavo in prima a 2 all’ora. “Franco”, dissi, e partì la chiamata vocale. Dal mio auricolare sentii la sua voce, al solito allegra e sopra le righe: “Franco, devi distrarmi, le ruote slittano, l’acqua sale sul cofano, mi sento spostata dal fango, parlami, per favore, parlami per un po’ finché non supero questo tratto”. Arrivai a casa tremando. Mi ricordo nettamente di avere gridato: “Sono pazzi, sono pazzi a lasciare la strada statale, così, in balia dell’acqua”.
Ma lì, a Giampilieri, a scuola era stato un andirivieni di mamme e papà e nonni allarmati che volevano prendere i ragazzi, portarli a casa al sicuro, perché la Protezione civile aveva lanciato l’allarme. Noi docenti tentammo di rassicurare tutti. Rassicurare? Ma che razza di mestiere è questo che bisogna far finta d’esser coraggiosi quando dentro monta una paura cancerosa? Eppure riuscimmo a tirare. Sapevamo che la nostra scuola, di nuova costruzione, forse era la struttura più sicura di tutto il paese. E tra l’altro era dall’altro lato del torrente. Lontana dalla montagna che crolla.
Una tragedia annunciata, dicono in tanti. Ho spiegato per anni la differenza fra fenomeni naturali ed eventi storici. I fenomeni naturali non si prevedono. Non si prevede il terremoto, non si prevede l’alluvione. La preveggenza non è umana. Ma poi ci sono gli eventi storici, quelli che dipendono dalle gesta degli uomini. E questi, questi sì che si possono prevedere. Perché è facile prevedere che dall’incuria, dalla strafottenza, dalla mancata vigilanza, dall’assenza di prevenzione possano scaturire eventi drammatici.
Non si costruisce distruggendo l’ecosistema, non si forzano gli argini naturali dei torrenti, non si erigono ville imponenti nel greto del fiume, non si sradicano alberi, alberi e poi ancora alberi, convinti, davvero, che mai potrà accadere qualcosa. La natura può esser matrigna, è vero. Ma soprattutto è madre. Purché la si lasci al suo corso.
E quando il danno è fatto, e poi è denunciato, che si aspetta a porre rimedio?
La tragedia era palpabile, si sentiva, si percepiva, come diciamo noi… si ciauriava.
Perché anche quando i bambini, i ragazzini, la sentono e tremano, è da incoscienti far finta di nulla.
Ora, il piccolo presepe di Giampilieri è sommerso dal fango, dai detriti. E io ho il cuore piccolo piccolo e un ricordo speciale delle mie guide turistiche che in queste ore vivono isolate nell’angoscia. A loro, che sono il futuro e che dovranno essere il futuro migliore, dedico queste parole.