Saturday, August 1, 2009

I matrimoni antichi

Una volta le ragazze sognavano il loro matrimonio fin da bambine. Sognavano l’abito bianco, il velo lungo e vaporoso, lo strascico, il percorso accompagnato dal lancio dei fiori, dagli applausi, dai petali, di rose tee, leggiadri dai balconi. Le ragazze sognavano la messa, quella lunga con il coro in estasi, il prete di famiglia, il tappeto rosso di velluto sul quale era facile scivolare per evitare di muovere i passi pesanti d’emozione.
Una volta le ragazze sognavano il braccio del padre che le consegnava allo sposo trepidante all’altare, il tocco soave dello sposo che sollevava il velo e stampava un bacio sulla fronte, la fede luccicante portata dal paggetto sul cuscino di raso, i confetti alla mandorla. Una volta le ragazze s’immaginavano la commozione e l’allegria, ma costruivano anche i castelli di rabbia sull’invidia delle altre.
Una volta.
E allora, era tutto assolutamente normale quando arrivava il momento del matrimonio, non più sognato ma reale. Nessuno in fondo si stupiva degli eccessi e delle stramberie. Anzi era un vezzo curioso la gara a chi inventava di più e meglio.
Era una favola, la favola della principessa e del principe azzurro, l’ultima favola che si raccontava alla sposa bambina prima che divenisse adulta e scoprisse molte, moltissime, cose che tutti le avevano taciuto.

Poi arrivarono la libertà sessuale, la crisi delle cerimonie religiose, i confetti al cioccolato, la visione cinico-realistica della vita, la donna pantera, “l’utero è mio e lo gestisco io”, i film erotici - e più che erotici - che distruggevano le favole parodiandone i titoli (quelli del tipo “Biancaneve e i sette cani”, “Boccahontas”, “Cappuccetto rotto”, “Penerentola” ecc. ecc). E i matrimoni sono diventati più minimal, essenziali, silenziosi, trasparenti, evanescenti (a volte così evanescenti da finire in un bel divorzio rientrati dal viaggio di nozze…).
Eleganti, senza dubbio, i matrimoni moderni. Pochi invitati. Chiesetta solitaria in montagna. Meglio se soltanto il municipio d’un’isoletta sperduta nel Mediterraneo. Pochissimi parenti e più amici, perché dei parenti ci si vergogna sempre, degli amici mai. Ristorantino caratteristico. Viaggio di nozze in una capitale, senza nulla d’esotico, per carità che è kitsch.

La verità è che, comunque, sempre d’una rappresentazione si tratta. Perché, in fondo, un matrimonio è un contratto, un accordo che si contrae, appunto, fra due persone. Ma anche l’acquisto d’una lavatrice è un contratto. Eppure non si fanno i confetti, non s’invitano i parenti e gli amici a uno “schiticchio” nel bagno di casa, non si fa tanta pubblicità attorno a un fatto privato: la necessità che una macchina elettrica ti lavi le mutande e i calzini…
Ma chissà perché, antico o moderno, un matrimonio è necessariamente una rappresentazione teatrale. A uso e consumo dei teatranti (gli sposi) e del pubblico (gli invitati e i non invitati).

Ho assistito, pochi giorni fa, a una rappresentazione antica. Di quelle perdutamente kitsch. Ma proprio per questo assolutamente ruspanti e originali. La sposa che arriva con una carrozza tirata da quattro cavalli bianchi, la banda, i fuochi d’artificio, una piazza in festa. Solo che non era la piazza d’un paesino di montagna. Era la piazza principale della mia città. E inevitabilmente s’è colta la messa in scena pacchiana. Come rappresentare “Cappiddazzu paga tutto” alla prima della Scala di Milano, con una platea con il vestito della domenica.
Confesso, bardata nel mio abito lungo da gran sera in un assolato pomeriggio di fine luglio, ho pensato anche io, cinica moderna cittadina, di scomparire dietro le colonne del Duomo. Ma alla fine mi sono divertita a vivere trasversalmente una fiaba antica.

Probabilmente nello sconcio della mia società le rappresentazioni matrimoniali kitsch sono quanto di più “sincerazzo” possa esistere. Lo trovo meno vergognoso d’un porco settantenne che se ne va a minorenni ed escort con i soldi delle mie tasse…

Posted by scirocconellostretto at 17:13:36
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