La pseudologia fantastica – 2. parte
Ed eccoci alla seconda parte della nostra fantastica pseudo storia. Abbiamo dunque ipotizzato grazie alle classificazioni psicologiche che chi mente in ogni atto, in ogni momento, in ogni circostanza della sua vita può essere affetto dalla Sindrome di Pinocchio a causa della pseudologia fantastica, in associazione a un disturbo della personalità (personalità narcisistica). Gustave Le Bon, psicologo francese misconosciuto che aveva studiato il comportamento delle folle, aveva pubblicato il suo <i>Psicologia delle folle</i> nel1895. Il trattato è corposetto, ma chi è curioso e vuol leggerlo ugualmente lo può trovare on line (quasi integralmente, anche al sito http://cronologia.leonardo.it che ho usato come fonte per le citazioni).
Perché cito un autore ottocentesco? Semplice. Perché alcuni dittatori del ’900 consultarono e impararono a memoria la sua lezione, traendone un profitto, per così dire, non propriamente onesto (ad esempio Mussolini che diceva: Ho letto tutta l’opera di Le Bon e non so quante volte abbia riletto la sua Psicologia delle folle. E’ un’opera capitale alla quale ancora oggi spesso ritorno). E poi perché Le Bon aveva preso in considerazione l’influenza che i malati di pseudologia fantastica – anche se non si chiamava così - potevano avere sulle folle. Secondo Le Bon, un novello Machiavelli freudianamente condizionato, orientato verso uno Stato elitario, autoritario e nazionalista (sia chiaro), un dittatore deve essere in grado di percepire i desiderata delle folle e proporsi come unica persona in grado di poter realizzare queste aspirazioni. E non importa che il dittatore sia in grado davvero di esaudire i desideri, l’importante è che sappia vendere la sua illusione: L’apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà, sosteneva Le Bon. Impossibile credere che le folle possano “ragionare” sulle cose perché le folle amano pensare per immagini e infatti lo studioso continua: Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle, vuol dire conoscere l’arte di governarle (…) L’illusione sociale regna attualmente su tutte le rovine del passato, e l’avvenire è suo. Le folle non hanno mai avuto sete di verità. Dinanzi alle evidenze che a loro dispiacciono, si voltano da un’altra parte, preferendo deificare l’errore, se questo le seduce. Chi sa illuderle, può facilmente diventare loro padrone, chi tenta di disilluderle è sempre loro vittima.
Poi l’autore descrive i trascinatori di folle che il più delle volte, non sono intellettuali, ma uomini d’azione. Sono poco chiaroveggenti, e non potrebbero esserlo, poiché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Appartengono specialmente a quei nevrotici, a quegli eccitati, a quei semi-alienati che rasentano la pazzia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che vogliono raggiungere, tutti i ragionamenti si smussano contro la loro convinzione.
Diventa lapalissiano comprendere che le folle eccitate dall’illusione, tanto più si convinceranno quanto più le illusioni offerte saranno grandi.
E ora, leggetevi i consigli di Le Bon per soggiogare le folle elettorali:
La loro psicologia si dedurrà dai procedimenti che riescono meglio. La prima qualità che il candidato deve possedere è, il prestigio. Il prestigio personale non può essere sostituito che da quello della ricchezza. Il talento, il genio stesso, non sono elementi di successo.
La necessità, per il candidato, di avere un certo prestigio, e di potersi quindi imporre senza discussioni, è capitale. Gli elettori, composti specialmente di operai e di contadini, scelgono ben raramente uno dei loro a rappresentarli, perché gli individui usciti dalle loro file non hanno per essi alcun prestigio. Non nominano un loro eguale che per ragioni accessorie, per contrapporlo, ad esempio, a un uomo eminente, a un padrone potente, alle cui dipendenze si trova ogni giorno l’elettore, e di cui egli ha così l’illusione di diventare per un momento lui il padrone. (…)
Ma per esser sicuro del successo, il candidato non deve avere soltanto il prestigio. L’elettore vuol vedere lusingate le sue cupidigie e le sue vanità; il candidato deve coprirlo delle più stravaganti piaggerie, e non deve esitare a fargli le più fantastiche promesse.
(…) Le più notevoli riforme possono essere promesse senza timore. Sul momento, queste esagerazioni producono molto effetto, e non impegnano affatto per l’avvenire. L’elettore non si preoccupa infatti di saper poi se l’eletto ha seguito la professione di fede acclamata, in base alla quale l’elezione ha avuto luogo.
(fine)
