Sunday, February 22, 2009

Lulin, la cometa delle meraviglie

ECCO la Cometa Lulin. Bravo Roberto Barcellona che l’ha fotografata. L’ha tirata fuori dallo scrigno delle meraviglie dei suoi album fotografici che con pazienza crea ogni notte. Io trovo poetico poter osservare lo spazio e cogliere lo stupore dell’universo.
Se solo bastasse alzare lo sguardo e lasciarsi commuovere dalle stelle per diventar migliori…
Questa non è una grandezza del particolare, come quella di Bosch di cui ho parlato qualche nota fa, ma è la grandezza dell’immensità. Mi dà la stessa emozione forte e calda. Esalta il mio desiderio di Bellezza. Quella eterna, che non sfiorisce mai
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Friday, February 20, 2009

Carnevale

RICCIOLI di carta a tinte sgargianti, granelli colorati svolazzanti, fastidiose scie di schiuma, improbabili travestimenti: la gente si maschera.
Per divertimento, per facezia, per ironia, perché non si sa come ingannare il tempo, per farsi ammirare, per nascondersi. Una vacua ricerca d’esser altro per qualche giorno.
Ho la vaga sensazione che al rientro nei propri panni ci si sentirà a disagio per quella strana percezione del non essere in cui siamo costretti a vivere ogni giorno. Ricomincerà l’affanno alla conquista d’un posto in prima fila per notare e farsi notare. Operazione sempre più difficile nelle giornate massificate e uniformi che viviamo. E del Carnevale soltanto i bambini continueranno a parlare per un po’.
Per questo ho abbandonato le maschere, anche quelle metaforiche, da parecchio tempo. Per non subire l’inganno.
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Wednesday, February 18, 2009

Il travaso delle parole e della bile

NON c’è logica negli ultimi post. O meglio non c’è una logica cronologica. Un blog è come un diario, lo scorrere dei post equivale allo sfogliare delle pagine. Ma se un colpo di vento scombinasse le carte? Se tutto venisse manomesso da un qualche fenomeno esterno? Ecco che allora l’ordine cronologico non avrebbe più alcuna importanza. Ho solo travasato alcune note che avevo inserito su Facebook e non sul blog, come avrei dovuto fare contestualmente.
Tutto è accaduto per un altro travaso, ma di bile quando ho appreso che Facebook si vuole appropriare dei diritti su ogni contributo pubblicato. Eh! no! Tutto no! Finché cazzeggio mi può star bene, ma se scrivo parole mie e solo mie, nessuno se le può prendere! O meglio tutti le possono prendere per un uso privatissimo della parola (per commuoversi, per arrabbiarsi, per deludersi, per esaltarsi: fatti privati), nessuno per trarne vantaggio. Nessuno.
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Storia del mio albero di Natale

COMINCERO’ oggi pomeriggio e sarà al solito un evento di goduria mia personalissima e solitaria.
Al solito metterò la musica natalizia di sottofondo che sa tanto di cretino, ma mi elettrizza. Monterò l’albero nel salotto come faccio da 16 anni (veramente tanti anni fa lo compravo vero, poi ho deciso che radici o non radici era davvero uno sperpero e una cattiveria inutile e ho smesso), sistemerò le scatole sul tavolo e comincerò a scartare le mie palline.
Ed ecco che comincerà la storia del mio albero di Natale.
Ho iniziato quasi per gioco durante la mia honey moon statunitense acquistando circa dodici palline in un negozio di oggetti natalizi sulla 5th avenue. Erano le prime palline realizzate con effetto decoupage messe in commercio. In Italia sarebbero arrivate circa tre anni dopo…
Così il primo anno il mio alberello, che non era tanto grande, contava solo dodici palline più una quantità indefinita di piccoli ninnoli di legno comprati a Roma.
Poi anno dopo anno a ogni viaggio comprai qualcosa da appendere all’albero… e siccome spesso i viaggi erano estivissimi in remote lande del mondo, le classiche palline cominciarono a scarseggiare nei negozi ed ecco che ogni oggetto diventò per me una pallina di Natale…
Ho l’occhio turco e quello greco, la manina di Fatima del maghreb, i cammellini egiziani, le campane di san Francesco d’Assisi e quelle di vetro soffiato giordano, le palline di legno svedesi e quelle di vetro tedesche, i pezzi da presepe in cera di Napoli e le matriosche con la faccia di Babbo Natale, la zucca di San Nicola della Cappadocia e lo scoiattolo canadese….
Certo che mi emoziono a fare il mio albero! Ogni pallina è un ricordo, un mio viaggio, è un internazionalizzare il mio Natale, un pensare a ciò che ho fatto e un sognare ciò che potrò fare…
E in sottofondo lasciate che scorrano le note di Bianco Natale…
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La grandezza del particolare

Lo stupore del particolare.
Ovvero la sua grandezza.
M’incanto a guardare Bosch. Mi sorprende ogni qualvolta in giro per il mondo ho scoperto qualcosa di suo in un museo. Attrazione magnetica verso il particolare minuto. Desiderio della scoperta del sottotesto. O sovra. O dentro. Ovunque.
Prendi il Giardino delle delizie. Non è poi così grande a vederlo dal vivo. L’ho visto a Madrid.
Un metro e mezzo di larghezza per meno di un metro di altezza, tutto il trittico. E non sai proprio dove iniziare, dove finire.
Lo sguardo coglie il colore, e il tratto.
A pelle (ma non lo puoi toccare, è solo sinestesia) senti la rugosità del racconto. A naso cogli i suoi 500 anni di polvere e fiati accumulati. Ma è il cervello che si lascia impressionare.
E’ proprio il tuo groviglio di neuroni che si risveglia e urticato dall’impossibile, ricerca il particolare più assurdo arrischiando spiegazioni improbabili e a dir poco inutili. Nell’arte.
Godo troppo quando fermo l’occhio su un particolare per me inedito.
E’ trascorsa più d’una dozzina d’anni da quando vidi il Giardino al Prado.
Da allora ho scavato nelle fotografie dei cataloghi e dei libri d’arte.
Ma è con la fotografia digitale, su internet, che ho migliori risultati.
Certo la qualità fotografica non è eccellente e non mi restituirà mai il colore vero.
Ma il particolare, il particolare di Bosch, lo vedi tutto, lo scopri nuovo.
Ogni volta.
Ecco la sfida: proporre il trittico e una serie di particolari. Pochi rispetto al tanto. Non ho pubblicato diverse opere. E’ una e una sola. Gli altri sono i particolari. Grandi.
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La bellezza ci salverà

Il segreto nascosto nella piccola chiesa di Boyana. Sono in Bulgaria. Viaggio della scorsa estate. Un’escursione verso la periferia di Sofia, nella terra di Boyana, tra case umili e grigie e casermoni dittatorialcomunisti, attraverso strade anonime senza indicazioni, brulicanti di persone mortificate dal non benessere, ma orgogliose e dignitose come possono esserlo i popoli dell’Est. La chiesa di Boyana è patrimonio dell’umanità. Non si può fotografare né riprendere all’interno (queste foto l’ho prese in prestito dalla rete, ma ben lontana da me è la delusione per questo divieto). Sono convinta che l’immagine migliore dell’interno di questa minuscola chiesa è quella che registrano i tuoi occhi spalancati.
Spalancati alla bellezza.
Noi che non siamo più stupefatti di niente, che ingoiamo intero il mondo senza conoscere lo stupore, che releghiamo la meraviglia al mondo delle favole per bambini d’età prescolare, proprio noi cinici, passivi, nichilisti abitanti del giorno abbiamo solo questa speranza: scoprire in angoli impensati quel che l’uomo ha lasciato attraverso la bellezza in tutte le sue forme. Per non sentirci troppo abbrutiti.
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Tuesday, February 17, 2009

J’accuse…

E’ NECESSARIA un’analisi seria e urgente da parte della dirigenza e della base del Partito democratico. Al di là delle dimissioni di Walter Veltroni, la cui opportunità non voglio nemmeno sondare perché non ritengo onesto caricare sulle sue spalle tutto l’onere dell’ennesimo fallimento, è necessaria la confessione pubblica dei peccati della sinistra.
Capo d’imputazione numero uno: la perdita della riconoscibilità all’interno della stessa sinistra a vantaggio di un ossequioso centro, troppo spesso accondiscendente con la destra, che ha fatto meritare alla politica veltroniana l’aggettivo-neologia di veltrusconismo, causando troppe volte l’arricciamento del naso e il rizzamento dei peli della sottoscritta. La sinistra è sinistra, il centro è centro. Non importa se non si hanno i numeri per sconfiggere il centrodestra e si corre da soli senza l’orpello dell’ex democrazia cristiana, tanto a quanto pare i numeri non li si ha lo stesso. Quindi a questo punto meglio rimanere coerenti e non perdere l’elettorato puro. E invece la politica del Pd ha troppo spesso salvato il centro, che voti nuovi non ne porta più, a discapito di una sinistra-sinistra, che è derivata sempre più a sinistra, uscendo perfino dal Parlamento, finché ha perso l’orientamento e si è sbriciolata (e continua a sbriciolarsi) in mille molliche insignificanti di ideologia sinistrorsa più o meno marxista, più o meno progressista, più o meno al passo coi tempi. A cosa è giovato perdere un pezzo di sinistra per guadagnare il signor Mastella che guarda un po’ con chi si candida adesso?
Capo d’imputazione numero due: non si è ricostruita una classe politica adeguata ad affrontare i mutamenti di un paese che, al di là d’ogni chiacchiera, mi sa che non sta cambiando poi così tanto: democristiano e fascista era, e tale è rimasto. La rivoluzione non la promuove mai la massa. La mutazione genetica d’un paese non avviene né in modo spontaneo partendo dal basso né discutendone nei salotti bene della tv. Sono le teste pensanti che devono muovere alla rivoluzione/mutazione. Dove sono finite? Gli intellettuali si sono imboscati (ma questo potrebbe essere un ulteriore capo d’accusa) e il partito non ha colto il disagio.
Capo d’imputazione numero tre: il partito non ha lavorato alla periferia del Paese. Sono scomparsi i circoli della sinistra, serbatoio di idee e di voti. Non sono stati “allevati” i futuri dirigenti e i rappresentanti del partito che nelle more dell’”ascesa” lavoravano sul territorio. La politica sì è seduta nei salotti di Roma e non è scesa in campo, spendendosi nei contatti con la gente. E non mi venite a dire che c’era il pulmann in campagna elettorale che avvicinava la gente!!!
Capo d’imputazione numero quattro: alla meschinità non si risponde con il buonismo, ma con una strategia. Il buonismo rafforza gli avversari che possono scatenare i loro ormoni violenti e utilizzare la loro arma migliore: il populismo. Alla dittatura si risponde con una lotta serrata in Parlamento, certo, e casa per casa. Dimostrando, ogni giorno per tutto l’anno (e non solo in campagna elettorale), i guasti della politica avversaria e portando, ogni giorno e per tutto l’anno, proposte di soluzioni e soluzioni ai problemi della gente. Le sezioni di quartiere: dove sono?
Capo d’imputazione numero cinque: non scimmiottare altri paesi e altri leader politici. Le copie son sempre copie. Non aggiungo altro.
Capo d’imputazione numero sei: si è sottovalutato l’avversario (e non è un caso se parlo al singolare…). La differenza che intercorre fra il centrosinistra e il centrodestra è che il centrosinistra deve rincorrere mille ideali per accontentare tutti, e tutte le mille sfaccettature, il centrodestra ha un unico ideale e attorno a quello si ricompatta sempre: Berlusconi. Come nelle migliori dittature…
Capo d’imputazione numero sette: la base. Dov’è la base? Sono anni che chiedo interventi diretti della base, anni che chiedo di alzare la voce, tutti quelli che la pensano come me, e di farsi sentire dai dirigenti… La base serve solo per le primarie, per esprimere una preferenza fra due o tre nomi che non ha scelto dal basso però… Eppure sono spesso stata lasciata sola con le mie elucubrazioni mentali… Tutto è già stato deciso. Mi chiedo: in quanti della base son rimasti soli, nelle città italiane, ad alzare la mano chiedendo di potersi esprimere?
Devo continuare? Per ora mi fermo. Son troppo arrabbiata, per l’ennesima volta.
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