Saturday, November 7, 2009

Perché togliere? Meglio aggiungere…

Ok, partiamo da due assunti su cui poggiare la discussione: 1) i laici non vogliono il crocifisso in aula e nei luoghi pubblici perché ritengono che non vengano rispettati i diritti di coloro che non sono cattolici; 2) i cattolici vogliono assolutamente il crocifisso perché ritengono che toglierlo non rispetterebbe i diritti di coloro che sono cattolici.
Da anni porto avanti (anche con i fatti) un’altra teoria: io rispetto tutti. Di conseguenza perché togliere il crocifisso? Lasciamolo pure… E’ sufficiente per garantire la pluralità d’espressione religiosa accettare la presenza di altri simboli religiosi nei luoghi pubblici: una nicchia orientata verso la Mecca o un versetto del corano dipinto sul muro, un simbolo che sia legato al buddhismo, una stella di Davide, un tempietto della dea Kalì… E’ così difficile accettare che si possano professare altre religioni?
Parliamoci chiaramente: io penso che sia molto più difficile accettare che la gente in generale possa credere in qualcosa, ma questo è un altro discorso. Di sicuro non mi lascio sconvolgere dalla presenza di oggettini rituali appesi alle pareti. Ben vengano se possono esser di conforto per le persone. Ben vengano tutti.
Un esempio pratico? In una delle mie vagabonde esperienze didattiche ebbi in classe una alunna musulmana: alle feste non mangiava le tartine con il salame o il prosciutto, quando c’era la messa come un’appestata rimaneva in classe col più sfigato dei docenti di turno, quando si parlava di riti cattolici spalancava i suoi magnifici occhi neri stupita cercando di capire. E’ una musulmana di seconda generazione, nata in Italia, parla esclusivamente italiano e l’arabo lo capisce poco e male, frequenta la scuola pubblica italiana, le sue amichette sono italiane… Ma… ma… in famiglia si pratica l’Islam. Insomma, per farla breve, all’ennesima situazione di emarginazione sono intervenuta drasticamente. Si preparava la festa di Natale in classe. I ragazzi erano impegnati con presepi, alberelli, bambinelligesù da benedire, angioletti e marieannunciazioni. Lei sedeva al banco girandosi i pollici a occhi bassi. Mi sono avvicinata e le ho chiesto: “ti disturba la festa del Natale? So che anche voi ne avete una simile, vuoi per un momento festeggiarla con noi in anticipo?”. Le feci disegnare tante manine di Fatima, quelle manine che i musulmani appendono alle porte a protezione della loro casa, e poi l’invitai ad appenderle insieme con gli angioletti e i bambinigesù e i babbinatale. Risultato? un gran sorriso a 32 denti e una partecipazione aperta alla festa, cattolica, cristiana, sì, ma pur sempre una festa.
Basta davvero poco. Basta avere un’apertura mentale volta al rispetto dell’altro.
Queste polemiche sterili - continue e asfissianti in queste settimane - servono soltanto a distogliere l’attenzione della gente dai veri problemi.
Credetemi…

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Sunday, October 18, 2009

Ebbene sì, maledetto Carter

calzini coloratiEbbene sì maledetto Carter, mi hai scoperto! Uso anch’io i calzini colorati.

Alla gloriosa età di 43 anni, con una laurea alle spalle, tre attestati specialistici, 17 anni di lavoro in un giornale, 23 anni di giornalismo pubblicistico e uffici stampa, 6 anni di supplenze e 3 di ruolo come docente di lettere nelle scuole medie inferiori e superiori, un impegno sindacale forte prima nel giornalismo ora nella scuola, una simpatia per la politica come speculazione dottrinaria (ovvero chiacchiere senza guadagno), ebbene sì, anch’io uso i calzini colorati, e perfino corti alla caviglia.
Li uso in casa, in palestra, a spasso e al lavoro. Ma, maledetto Carter, non hai ancora scoperto che uso anche le mitiche Topolino. Le ho blu e bianco panna.

Le sfoggio con molta grazia e soprattutto comodità sia quando gioco con i miei alunni, sia quando spiego il Congresso di Vienna del 1814.

E tu non sai, maledetto Carter, che ho anche una predilezione per i codini e le trecce, soprattutto se legate con elastici molto molto colorati, mi piacciono le salopette, i fermagli per capelli, i fiocchi, i merletti. Dimenticavo: adoro i cappelli. No, Carter, non i berretti, proprio i cappelli a tesa larga e a tesa maschile, perfino quelli della regina Elisabetta: li metterei tutti.
E poi, maledetto Carter, non hai ancora scoperto tutte le mie manie… Sono onicofagica dalla nascita, quando parlo in pubblico devo avere una penna da torturare in mano, mi schiaccio i brufoli senza pietà devastandomi il viso, amo i riti apotropaici, faccio le corna ogni volta che vedo un carro funebre vuoto, devo vedere i miei utensili da cucina sempre allo stesso posto (sarebbe assolutamente normale se io non fossi un’eterna disordinata) e fumo come una pazza tirando nervosamente.

E ora Carter, ora che t’ho rivelato ogni cosa, spiegami, maledetto, per cosa dovrei esser messa alla gogna mediatica?

E che non vengano a dirmi, per favore, che c’è libertà di stampa… Le “punizioni” del premier, come quella di Canale 5 verso il giudice Mesiano, sono la migliore conferma dell’autoritarismo che vuole imporre e al controllo capillare che ha sui suoi ominicchi. Ovvio che s’incazzi quando qualche giornalista sfugge alle sue veline (che non sono le donzelle ocheggianti e plaudenti, quelle le tiene per sé).
Che vergogna!

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Saturday, October 3, 2009

GIAMPILIERI - CIAURO DI UN DISASTRO

Giampilieri sotto il fango

Il laboratorio di Convivenza civile (ex Educazione civica, oggi Costituzione e cittadinanza) che ha coivolto i miei alunni l’anno scorso riguardava la realizzazione di una guida di Giampilieri, guida studiata e poi illustrata nel corso di una escursione mattutina.
I miei alunni erano bravi e brillanti. Avevano colto immediatamente lo scopo dell’escursione, sapevano, insomma, che non mi sarei accontentata di una passeggiata banale per le vie del paese. Volevo notizie, informazioni, curiosità. Volevo sapere dove vivevano, quali erano i monumenti, quali gli scorci più belli e dove amavano andare nel tempo libero.
Abbiamo scelto una bella giornata di sole, lo scorso anno, per la nostra escursione. I miei alunni s’erano preparati bene. S’erano divisi le strade, le piazze, i vicoli: ognuno raccontava la sua parte, snocciolava date, nomi, s’entusiasmava a spiegare ed erano soddisfatti dello stupore sincero mio e della mia collega. Si passeggiava nelle viuzze d’un presepe naturale in una successione di scalette, vicoli, lastricati, passaggi.
E dopo i resti dell’arco del convento, fra il vicolo dov’era la casa di “ics” e la fontana preziosa, i miei alunni mostravano con la stessa dovizia di particolari il livello dell’ultima alluvione, dell’ultima frana. Non antica, non lontana, ancora nei loro occhi. Era soltanto del 2007.
“Guardi, prof, guardi dov’è arrivato il fango”, dicevano e mostravano con il dito proteso una strisciata scura lungo i muri.

La montagna frana da anni. Piano piano, scivola verso il basso. Lo sapevano tutti. Anche i miei alunni. E aspettavano. Aspettavano gli interventi per consolidare la montagna. Mai arrivati. Aspettavano, felici di trovarsi in classe dall’altro lato del torrente e quando pioveva a dirotto, sospirando, sussurravano: “Meno male che siamo nella scuola nuova…”.
Una mattina, uscendo da scuola, pioveva fortissimo. I tergicristalli non riuscivano a spazzar via l’acqua che subito il vetro si riempiva di nuovo. Non si vedeva nulla. Lungo la strada statale mi arrivavano le onde altissime dal mare sul cofano. Schiaffi d’acqua di sopra, di sotto, sulle fiancate. Andavo in prima a 2 all’ora. “Franco”, dissi, e partì la chiamata vocale. Dal mio auricolare sentii la sua voce, al solito allegra e sopra le righe: “Franco, devi distrarmi, le ruote slittano, l’acqua sale sul cofano, mi sento spostata dal fango, parlami, per favore, parlami per un po’ finché non supero questo tratto”. Arrivai a casa tremando. Mi ricordo nettamente di avere gridato: “Sono pazzi, sono pazzi a lasciare la strada statale, così, in balia dell’acqua”.

Ma lì, a Giampilieri, a scuola era stato un andirivieni di mamme e papà e nonni allarmati che volevano prendere i ragazzi, portarli a casa al sicuro, perché la Protezione civile aveva lanciato l’allarme. Noi docenti tentammo di rassicurare tutti. Rassicurare? Ma che razza di mestiere è questo che bisogna far finta d’esser coraggiosi quando dentro monta una paura cancerosa? Eppure riuscimmo a tirare. Sapevamo che la nostra scuola, di nuova costruzione, forse era la struttura più sicura di tutto il paese. E tra l’altro era dall’altro lato del torrente. Lontana dalla montagna che crolla.
Una tragedia annunciata, dicono in tanti. Ho spiegato per anni la differenza fra fenomeni naturali ed eventi storici. I fenomeni naturali non si prevedono. Non si prevede il terremoto, non si prevede l’alluvione. La preveggenza non è umana. Ma poi ci sono gli eventi storici, quelli che dipendono dalle gesta degli uomini. E questi, questi sì che si possono prevedere. Perché è facile prevedere che dall’incuria, dalla strafottenza, dalla mancata vigilanza, dall’assenza di prevenzione possano scaturire eventi drammatici.
Non si costruisce distruggendo l’ecosistema, non si forzano gli argini naturali dei torrenti, non si erigono ville imponenti nel greto del fiume, non si sradicano alberi, alberi e poi ancora alberi, convinti, davvero, che mai potrà accadere qualcosa. La natura può esser matrigna, è vero. Ma soprattutto è madre. Purché la si lasci al suo corso.

E quando il danno è fatto, e poi è denunciato, che si aspetta a porre rimedio?
La tragedia era palpabile, si sentiva, si percepiva, come diciamo noi… si ciauriava.
Perché anche quando i bambini, i ragazzini, la sentono e tremano, è da incoscienti far finta di nulla.
Ora, il piccolo presepe di Giampilieri è sommerso dal fango, dai detriti. E io ho il cuore piccolo piccolo e un ricordo speciale delle mie guide turistiche che in queste ore vivono isolate nell’angoscia. A loro, che sono il futuro e che dovranno essere il futuro migliore, dedico queste parole.

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Monday, September 21, 2009

Anche io ho firmato per la libertà di stampa

Sunday, August 9, 2009

Cronaca d’un corteo per le idee

ideenoponteAlle diciotto del pomeriggio a Messina il sole scotta ancora. Percorrere a piedi tutto il viale per arrivare al luogo d’assembramento a Piazza Cairoli è già di per sé il giusto sacrificio per la giusta causa. Arrivo al chiosco di Limonata un po’ sudaticcia, ma tanto contenta. Ho visto nel cammino le famiglie, con i bimbi piccoli piccoli, i ragazzi che improvvisano danze e canti, i turisti con occhiali da sole, bermuda e macchina fotografica al collo che comprano le magliette no ponte o le cartoline ricordo, i precari, i lavoratori in bilico, i professionisti stabilizzati, gente in movimento dalla Sicilia e dalla Calabria. Ci sono saluti e sorrisi, sorrisi e saluti.
Sì, sono proprio contenta d’essere arrivata in piazza anche se un po’ sudaticcia.

La protesta è della gente. C’è un mare di bandiere rosse, quelle con falce e martello, ma ci sono le bandiere verdi col sole che ride, e anche quelle bianche del Wwf e poi le bandiere blu e rosse della Rete No Ponte, ma anche quelle dei Cobas, quelle dei sindacati, del Pd, delle associazioni, dei circoli e poi gli striscioni, tanti, uno dietro l’altro, in corteo ordinato e tranquillo.
La tv, mi dicono, segnala tremila persone. Ovvero saremo almeno quattromila. Qualche agenzia di stampa tende a sminuire, ma io c’ero. Confermo è stata una bella manifestazione.

Quando il corteo parte (Viale, via S. Cecilia, via C. Battisti, via Garibaldi, Municipio: questo il percorso) subito si compatta e diventa un bel fiume colorato. La gente s’affaccia ai balconi o sulla soglia dei negozi, per un attimo (ma quanto è poco un attimo!) si ferma magari a pensare: “che matti!”, “volevo esserci anch’io”, “sti stronzi!”, “hanno ragione”, “hanno torto”… chissà! Però già avere incuriosito il messinese che normalmente è apatico è un gran successo. Nel bene e nel male.

Poi l’arrivo a Piazza Municipio. Bella la folla in piazza sotto i balconi dell’Amministrazione fantasma di Messina… Bandiere rosse sventolanti e megafoni in mano.
E qui ho un sussulto: è tornato il partito di IO. Lo ricordate? Ve ne avevo parlato un po’ di tempo fa.
Il partito di Io è purtroppo ormai come le ife. Si diffonde a macchia d’olio, s’insinua, s’infratta, s’arrocca.

Perché cacchio chi organizza politicamente una manifestazione bella e meritoria, che dovrebbe riguardare tutti i cittadini (e infatti i cittadini erano in piazza) non deve riconoscere la presenza eterogenea, miscellanea? C’erano tutti al corteo. Anche i partiti dell’opposizione che i megafoni hanno ingiustamente dichiarato assenti. Invece io ero con loro. Mi son fatta due ore di corteo con uno striscione di pannolenci che va bene a gennaio ma che ad agosto m’ha fatto venire l’orticaria alle mani e lo testimonio: c’erano dirigenti, consiglieri, politici, simpatizzanti, iscritti dell’opposizione governativa. Se una colpa hanno avuto è stata quella di non portare la quantità di bandiere rosse che l’organizzazione politica aveva portato di contro. Ma è una colpa? E’ una colpa aver portato e fatto sventolare, invece, la bellissima bandiera No Ponte, quella della Rete No Ponte, che è la vera anima della protesta?


E poi c’erano cittadini, normali cittadini, con le famiglie e senza famiglie, che non hanno mostrato il loro tesserino d’appartenenza politica, ma questi cittadini che erano? Nessuno?

Perché una lotta di tutti deve essere mortificata? Dovrebbero invece esser contenti d’aver organizzato qualcosa di impatto sociale, d’esser riusciti a portare in piazza anche quelli che non sono iscritti con loro, perché l’argomento ponte e infrastrutture assenti è discorso forte che interessa e dovrebbe interessare tutti.

E invece no. Continuiamo con il partito di IO.
Papi nel frattempo gongola e provvederà ampiamente a imbavagliare la stampa per non raccontare il corteo. Tanto la sinistra, tutta la sinistra, la sinistracentro, la sinistrasinistra, il centro sinistra, l’estrema estrema sinistra, la sinistra estrema, non sa dialogare. Mai. Tanto meno con la gente che ai megafoni ha risposto andandosene o sedendosi sugli scalini del monumento del milite ignoto a parlare dell’andata a mare di domani, domenica. Davanti al Municipio sono rimasti tutti gli Io che Messina riesce a produrre…

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Saturday, August 1, 2009

I matrimoni antichi

Una volta le ragazze sognavano il loro matrimonio fin da bambine. Sognavano l’abito bianco, il velo lungo e vaporoso, lo strascico, il percorso accompagnato dal lancio dei fiori, dagli applausi, dai petali, di rose tee, leggiadri dai balconi. Le ragazze sognavano la messa, quella lunga con il coro in estasi, il prete di famiglia, il tappeto rosso di velluto sul quale era facile scivolare per evitare di muovere i passi pesanti d’emozione.
Una volta le ragazze sognavano il braccio del padre che le consegnava allo sposo trepidante all’altare, il tocco soave dello sposo che sollevava il velo e stampava un bacio sulla fronte, la fede luccicante portata dal paggetto sul cuscino di raso, i confetti alla mandorla. Una volta le ragazze s’immaginavano la commozione e l’allegria, ma costruivano anche i castelli di rabbia sull’invidia delle altre.
Una volta.
E allora, era tutto assolutamente normale quando arrivava il momento del matrimonio, non più sognato ma reale. Nessuno in fondo si stupiva degli eccessi e delle stramberie. Anzi era un vezzo curioso la gara a chi inventava di più e meglio.
Era una favola, la favola della principessa e del principe azzurro, l’ultima favola che si raccontava alla sposa bambina prima che divenisse adulta e scoprisse molte, moltissime, cose che tutti le avevano taciuto.

Poi arrivarono la libertà sessuale, la crisi delle cerimonie religiose, i confetti al cioccolato, la visione cinico-realistica della vita, la donna pantera, “l’utero è mio e lo gestisco io”, i film erotici - e più che erotici - che distruggevano le favole parodiandone i titoli (quelli del tipo “Biancaneve e i sette cani”, “Boccahontas”, “Cappuccetto rotto”, “Penerentola” ecc. ecc). E i matrimoni sono diventati più minimal, essenziali, silenziosi, trasparenti, evanescenti (a volte così evanescenti da finire in un bel divorzio rientrati dal viaggio di nozze…).
Eleganti, senza dubbio, i matrimoni moderni. Pochi invitati. Chiesetta solitaria in montagna. Meglio se soltanto il municipio d’un’isoletta sperduta nel Mediterraneo. Pochissimi parenti e più amici, perché dei parenti ci si vergogna sempre, degli amici mai. Ristorantino caratteristico. Viaggio di nozze in una capitale, senza nulla d’esotico, per carità che è kitsch.

La verità è che, comunque, sempre d’una rappresentazione si tratta. Perché, in fondo, un matrimonio è un contratto, un accordo che si contrae, appunto, fra due persone. Ma anche l’acquisto d’una lavatrice è un contratto. Eppure non si fanno i confetti, non s’invitano i parenti e gli amici a uno “schiticchio” nel bagno di casa, non si fa tanta pubblicità attorno a un fatto privato: la necessità che una macchina elettrica ti lavi le mutande e i calzini…
Ma chissà perché, antico o moderno, un matrimonio è necessariamente una rappresentazione teatrale. A uso e consumo dei teatranti (gli sposi) e del pubblico (gli invitati e i non invitati).

Ho assistito, pochi giorni fa, a una rappresentazione antica. Di quelle perdutamente kitsch. Ma proprio per questo assolutamente ruspanti e originali. La sposa che arriva con una carrozza tirata da quattro cavalli bianchi, la banda, i fuochi d’artificio, una piazza in festa. Solo che non era la piazza d’un paesino di montagna. Era la piazza principale della mia città. E inevitabilmente s’è colta la messa in scena pacchiana. Come rappresentare “Cappiddazzu paga tutto” alla prima della Scala di Milano, con una platea con il vestito della domenica.
Confesso, bardata nel mio abito lungo da gran sera in un assolato pomeriggio di fine luglio, ho pensato anche io, cinica moderna cittadina, di scomparire dietro le colonne del Duomo. Ma alla fine mi sono divertita a vivere trasversalmente una fiaba antica.

Probabilmente nello sconcio della mia società le rappresentazioni matrimoniali kitsch sono quanto di più “sincerazzo” possa esistere. Lo trovo meno vergognoso d’un porco settantenne che se ne va a minorenni ed escort con i soldi delle mie tasse…

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Tuesday, June 23, 2009

Il partito di IO

Osservo spesso gli imenotteri. La maggior parte delle volte le formiche, perché le api mi fan paura. Quand’ero piccola cercavo i formicai di terra in campagna e nelle fessure degli alberi, in città sotto le mattonelle del cortile, negli interstizi fra le radici di pino della circonvallazione e l’asfalto molliccio di sole. Li scoperchiavo a volte per osservare gli intricati intrecci delle gallerie, dei magazzini di raccolta, delle camere di incubazione delle uova. Oggi invece mi piace seguire il percorso all’esterno del formicaio. Il livello altissimo di comunicazione antennale mi commuove. Osservarle in colonna perfetta a doppia corsia percorrere lunghissimi tratti senza mai perdersi, in un mutuo soccorso l’una con l’altra, è una bella emozione. Soprattutto quando s’imbattono in certi insetti ben più grandi, ben più pesanti e le operaie cominciano a smembrarli. Pezzo dopo pezzo, una zampa, l’ala, l’antenna, un quarto di corazza e in fila indiana si aiutano, sollevano, spingono, tirano, tornando verso il formicaio.

Non riesco a immaginare le formiche impegnate politicamente, nell’accezione che oggi diamo al “politicamente”. Non mi sembra che le formiche facciano propaganda, intervengano a talk show, rivestano i muri di manifesti, si lancino insulti, né ho mai sentito di comunicazione mediatica falsa, condizionata o assente dentro un formicaio. Non mi sembra nemmeno che le formiche - la regina, le operaie, i soldati, le tessitrici, i maschi alati, le nutrici, le magazziniere - si astengano dal loro compito. Eppure la società delle formiche è quanto di più vicino io conosca all’idea di società e politica.

Forse perché al liceo mi hanno insegnato che politiké è ciò che attiene al governo della polis, cioè la cittadinanza o lo Stato, che esiste una tekné, un’arte dell’amministrazione della cosa pubblica, e che il cittadino è polites, parola che deriva dalla medesima radice polùs, cioè molto. Perché la polis è un molto, un insieme di molti, il polites appartiene al molto e la politiké è la gestione del molto.
Come le formiche, anche l’uomo è sociale. Costruisce la sua società come i formicai. Ognuno nella società ha il suo ruolo e deve rispettare le regole della comunità. Anche le formiche lo fanno. Ma loro non sgarrano mai. Non posteggiano in doppia fila, non evadono le tasse, non rubano, non uccidono se non per difesa, non s’imboscano per evitare il lavoro. Perché allora noi uomini invece sgarriamo nonostante la scelta di vita in comune?

Premessa lunga, ma il flusso di pensieri è attraversato da una scossa elettrica inesauribile e devo vomitare tutto quel che ho dentro per recuperami.

L’uomo è arrivato a un concetto più avanzato (o arretrato dipende dai punti di vista) di politica. E indica con l’espressione far politica non l’operato di chi conosce i segreti dell’arte dell’amministrare la cosa pubblica, bensì le strategie di chi conquista una fetta di potere. E tanto più saprà esercitare questo suo potere sul molto, tanto più sarà uomo politico.
Snaturando in tal modo il concetto stesso di politica.

Per me il politico è lo statista, è il legislatore, è il rappresentante del molto che lavora per il molto, è colui che mette davanti a tutto il bene dello Stato (cioè la polis, la cittadinanza) e che opera nell’amministrazione della cosa pubblica a vantaggio della comunità cui lui stesso appartiene.
Nel momento in cui il politico diventa un IO, un individualista, cessa la sua funzione sociale.

Provocatoriamente tempo fa nel mio blog avevo scritto che si dovrebbero eliminare del tutto gli appannaggi economici per i politici. Perché far politica è una missione, non può essere fonte di guadagno. E allora sì che si potrebbero vedere i politici veri, i veri statisti, i veri rappresentanti del molto, i veri legislatori per la comunità.

Ma le degenerazioni del concetto di politica ci sono sempre state, è vero. Non scopriamo l’acqua calda. E tutto sommato ognuno di noi (e ognuno di quelli prima di noi) è responsabile di questo reiterarsi della degenerazione nel corso del tempo. Non è questo che mi interessa in questo momento. Mi incuriosisce (ma mi fa anche arrabbiare), invece, la degenerazione della degenerazione. L’esagerato appropriarsi della scena pubblica da parte dell’individualismo, l’alterazione della costruzione sociale del formicaio umano, l’incapacità di dettarsi regole comuni e del loro rispetto nell’interesse del molto: questa esasperazione dell’IO è ciò che mi turba.

Comunisti, fascisti, verdi, bianchi, donne, uomini, pensionati sono categorie. Ma la polis, il molto, ha categorie sociali, non può, non deve avere categorie politiche. Possono esserci le idee, ma non le categorie nella politica. Perché la battaglia sindacale, ad esempio, di Termini Imerese non può interessare soltanto quegli operai della fabbrica Fiat, ma deve interessare anche me, polites, cittadino appartenente alla polis anche se non appartenente alla categoria di operaio di Termini Imerese, per le ricadute che nella vita sociale questa vicenda avrà.

Ecco manca proprio questo. Manca nell’uomo contemporaneo la volontà di vedersi un insieme, prescindendo dalle categorie e dalle classi e dagli elementi. Certo in matematica - pazienza se sparo fesserie non sono mai stata un genio matematico, m’interessa solo l’aspetto logico della matematica - in matematica, dicevo, nella teoria degli insiemi sono previste relazioni di appartenenza, inclusione, disgiunzione o non confrontabilità. Questo significa che evidentemente gli elementi che compongono un insieme possono appartenere allo stesso insieme, appartenere all’insieme anche se una parte di questi elementi è incluso in un altro insieme, non appartenere affatto né all’uno né all’altro insieme e così via dicendo.

Spostando lo sguardo sugli insiemi umani, è chiaro che nessuno pretende che tutti appartengano a uno stesso insieme, è chiaro che è naturale categorizzare, classificare le appartenenze (sono, sarebbero, le idee politiche), ma quanto meno non si dovrebbe arrivare agli insiemi che sono composti da un solo elemento, perché questo è solipsismo, ovvero l’esatto contrario della società, della polis, del molto.

Nella fattispecie, a livello italiano quantomeno, abbiamo assistito nel corso degli anni a una eccessiva moltiplicazione di partiti e partitini. Va bene la categoria delle idee, i trotzkisti non possono stare con i d’alemiani, lo comprendo, ma perché non possono stare nell’insieme centrosinistra, in una relazione d’appartenenza che mantenga la loro specificità? E quando dico “stare nell’insieme” non intendo affatto porre le basi sul discorso “bipolarismo”. Io sono contro, assolutamente contro, il bipolarismo, da sempre.

La mia paura è che fin quando non si riuscirà a recuperare il rapporto sociale con i componenti della società e fino a quando non si riuscirà a recuperare il senso civico, il senso dello Stato e da parte della gente e da parte di chi rappresenta la gente, avremo un moltiplicarsi di partitini sempre più piccoli, microinsiemi in cui IO rappresenterà soltanto IO. Ne approfitterà sempre il senza scrupoli o il qualunquista o il tornacontista o l’assetato di potere. Andrà avanti non il più bravo, non quello con il senso dello Stato più sincero, ma quello che potrà tenere sotto scacco pseudo alleati grazie al denaro, allo scambio di fanciulle in palazzi e ville private e non, alla promessa di piccoli favori micragnosi personalissimi. Andrà avanti l’antipolitica. L’antiStato.
Perché chi non è interessato al governo della cosa pubblica per il piacere d’esser utile come una formica operaia, sarà interessato al governo della cosa pubblica soltanto per accumulare denaro e potere e non ci penserà molto ad allearsi con chicchessia in un macroinsieme dittatoriale per mantenere quanto conquistato.

Ma, a mio parere, chi è interessato al governo della cosa pubblica e chi è interessato acché i suoi rappresentanti (democrazia indiretta) governino la cosa pubblica nel solo interesse della comunità, ha il dovere di partecipare, con le dovute differenziazioni ideologiche, a un insieme onesto che possa contrapporsi al macroinsieme opportunista.
Ecco perché non è più possibile un’ulteriore frammentazione partitica. Ecco perché è necessaria una partecipazione attiva della cittadinanza. Innanzi tutto andando al voto quando ci vien chiesto di esprimerci. E andarci preparati e convinti.

Sennò sulla prossima scheda elettorale campeggeranno diversi Partiti di IO. Un solo candidato, un voto. Otterranno il 100% del consenso, questo è sicuro.

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Sunday, May 24, 2009

La pseudologia fantastica – 2. parte

Ed eccoci alla seconda parte della nostra fantastica pseudo storia. Abbiamo dunque ipotizzato grazie alle classificazioni psicologiche che chi mente in ogni atto, in ogni momento, in ogni circostanza della sua vita può essere affetto dalla Sindrome di Pinocchio a causa della pseudologia fantastica, in associazione a un disturbo della personalità (personalità narcisistica). Gustave Le Bon, psicologo francese misconosciuto che aveva studiato il comportamento delle folle, aveva pubblicato il suo <i>Psicologia delle folle</i> nel1895. Il trattato è corposetto, ma chi è curioso e vuol leggerlo ugualmente lo può trovare on line (quasi integralmente, anche al sito http://cronologia.leonardo.it che ho usato come fonte per le citazioni).
Perché cito un autore ottocentesco? Semplice. Perché alcuni dittatori del ’900 consultarono e impararono a memoria la sua lezione, traendone un profitto, per così dire, non propriamente onesto (ad esempio Mussolini che diceva: Ho letto tutta l’opera di Le Bon e non so quante volte abbia riletto la sua Psicologia delle folle. E’ un’opera capitale alla quale ancora oggi spesso ritorno). E poi perché Le Bon aveva preso in considerazione l’influenza che i malati di pseudologia fantastica – anche se non si chiamava così - potevano avere sulle folle. Secondo Le Bon, un novello Machiavelli freudianamente condizionato, orientato verso uno Stato elitario, autoritario e nazionalista (sia chiaro), un dittatore deve essere in grado di percepire i desiderata delle folle e proporsi come unica persona in grado di poter realizzare queste aspirazioni. E non importa che il dittatore sia in grado davvero di esaudire i desideri, l’importante è che sappia vendere la sua illusione: L’apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà, sosteneva Le Bon. Impossibile credere che le folle possano “ragionare” sulle cose perché le folle amano pensare per immagini e infatti lo studioso continua: Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle, vuol dire conoscere l’arte di governarle (…) L’illusione sociale regna attualmente su tutte le rovine del passato, e l’avvenire è suo. Le folle non hanno mai avuto sete di verità. Dinanzi alle evidenze che a loro dispiacciono, si voltano da un’altra parte, preferendo deificare l’errore, se questo le seduce. Chi sa illuderle, può facilmente diventare loro padrone, chi tenta di disilluderle è sempre loro vittima.
Poi l’autore descrive i trascinatori di folle che il più delle volte, non sono intellettuali, ma uomini d’azione. Sono poco chiaroveggenti, e non potrebbero esserlo, poiché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Appartengono specialmente a quei nevrotici, a quegli eccitati, a quei semi-alienati che rasentano la pazzia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che vogliono raggiungere, tutti i ragionamenti si smussano contro la loro convinzione.
Diventa lapalissiano comprendere che le folle eccitate dall’illusione, tanto più si convinceranno quanto più le illusioni offerte saranno grandi.

E ora, leggetevi i consigli di Le Bon per soggiogare le folle elettorali:

La loro psicologia si dedurrà dai procedimenti che riescono meglio. La prima qualità che il candidato deve possedere è, il prestigio. Il prestigio personale non può essere sostituito che da quello della ricchezza. Il talento, il genio stesso, non sono elementi di successo.

La necessità, per il candidato, di avere un certo prestigio, e di potersi quindi imporre senza discussioni, è capitale. Gli elettori, composti specialmente di operai e di contadini, scelgono ben raramente uno dei loro a rappresentarli, perché gli individui usciti dalle loro file non hanno per essi alcun prestigio. Non nominano un loro eguale che per ragioni accessorie, per contrapporlo, ad esempio, a un uomo eminente, a un padrone potente, alle cui dipendenze si trova ogni giorno l’elettore, e di cui egli ha così l’illusione di diventare per un momento lui il padrone. (…)

Ma per esser sicuro del successo, il candidato non deve avere soltanto il prestigio. L’elettore vuol vedere lusingate le sue cupidigie e le sue vanità; il candidato deve coprirlo delle più stravaganti piaggerie, e non deve esitare a fargli le più fantastiche promesse.

(…) Le più notevoli riforme possono essere promesse senza timore. Sul momento, queste esagerazioni producono molto effetto, e non impegnano affatto per l’avvenire. L’elettore non si preoccupa infatti di saper poi se l’eletto ha seguito la professione di fede acclamata, in base alla quale l’elezione ha avuto luogo.

(fine)

Posted by scirocconellostretto at 22:22:14 | Permalink | No Comments »

La pseudologia fantastica – 1. parte

Uno Stato moralista troverebbe scandaloso che un uomo di 73 anni in virtù del suo status di benestante frequenti minorenni. Ma l’Italia è un finto Stato moralista, anzi direi propriamente ipocrita perché è lo Stato che accetta la convivenza nel cuore del suo territorio con il Vaticano e i suoi dogmi - no al divorzio, no all’aborto, no al matrimonio per i sacerdoti, no ai pacs ecc.ecc. – e dopo essersi pulito dai sensi di colpa con una comunione domenicale persevera negli aborti, nei divorzi, nelle relazioni extrasacerdotali, nelle famiglie di fatto e, purtroppo, perfino nella pedofilia.
Allora perché il caso Lario-Berlusconi dovrebbe interessare la società italiana? Si potrebbe esser tentati di dire che è il solito prurito da guardoni da buco della serratura, ma sarebbe fin troppo superficiale. In realtà alla società italiana dovrebbe interessare la vicenda solo per un risvolto ben preciso: la menzogna berlusconiana.
Qui non c’entra affatto la morale. C’entra invece l’onestà. Un presidente del Consiglio che si vanta in ogni occasione di avere avuto il mandato da oltre metà degli italiani, dovrebbe considerare che quel mandato lo ha avuto per la fiducia che in lui ha riposto la suddetta metà. Ma come può esserci fiducia in una persona che ha scelto la strada della menzogna?
Per puro dileggio ho costruito con l’aiuto di alcuni saggisti (che menzionerò man mano) una sorta di bloc notes della menzogna come patologia. Applicarla al caso specifico sarà compito della vostra intelligenza.

Iniziamo intanto a distinguere le bugie secondo lo schema individuato da due specialisti (Lewis e Saarni) in uno studio del 1993:
- bugie caratteriali (bugie di timidezza, bugie di discolpa, bugie gratuite)
- bugie di evitamento (evitare la punizione, difendere la privacy)
- bugie di difesa (bugie per proteggere se stessi o gli altri)
- bugie di acquisizione (bugie per acquistare prestigio, per ottenere un vantaggio)
- bugie alle quali lo stesso autore crede (pseudologie)
- autoinganno

Contando le volte in cui Berlusconi ha dichiarato e immediatamente ritrattato (nonostante decine e decine di testimonianze anche video, nonostante i contributi-prova dei giornali stranieri), attribuendo alla meschinità giornalistica italiana il travisamento costante delle sue parole, si potrebbe individuare nella pseudologia fantastica il tipo di malattia cui fa riferimento la moglie Lario quando parla di un marito malato che andrebbe curato.
Pseudologia fantastica: è un bellissimo nome per una patologia, quasi quasi allontana l’ipocondria e ci lancia in un immaginario mondo di fiaba. Ma non è così idilliaco.
Le persone che mentono adottano delle strategie precise per non essere scoperti o per convincersi addirittura delle stesse bugie enunciate. In un suo trattato la psicologa clinica (esperta in psicologia giuridica) Sara Pezzuolo descrive così una delle strategie dei menzogneri: Un’altra strategia della comunicazione menzognera consiste nell’impersonalizzazione degli enunciati. Il menzognero tende a non assumersi la responsabilità delle proprie affermazioni e a dissociarsi dal proprio atto comunicativo, spostando il fuoco dell’attenzione su un contesto di riferimento esterno. Questa strategia prevede pochi autoriferimenti e l’utilizzo di condizioni impersonali, ad esempio l’utilizzo del “sì” impersonale e del “noi”.
Ma perché si mente? E prima di diventare un bugiardo cronico cosa spinge l’uomo a rintanarsi nella bugia? E’ cosciente d’essere un bugiardo chi è affetto dalla Sindrome di Pinocchio? E soprattutto quali sono i danni per lui e per gli altri che la malattia delle bugie può causare? Tutti diciamo bugie, a volte costretti, a volte per vigliaccheria, a volte per spensieratezza. E’ nell’animo, dell’animo, umano. Il problema sorge quando le bugie hanno il sopravvento nella nostra comunicazione quotidiana, cioè quando sono più le bugie che enunciamo piuttosto che le verità. In casi come questi gli studiosi della mente parlano di disturbi della personalità.
Personalità narcisistica. I disturbi della personalità sono molteplici. Con pazienza e documentandosi un po’ si riescono a individuare le caratteristiche del disturbo della personalità narcisistica: “i soggetti con questo disturbo di personalità sono megalomani; hanno cioè un esagerato senso di superiorità. Le loro relazioni con gli altri sono caratterizzate dal bisogno di ammirazione e sono estremamente sensibili alle critiche, ai fallimenti o alle sconfitte. Quando si trovano di fronte a un fallimento nel soddisfare la loro alta opinione di sé, possono andare in collera o deprimersi profondamente. Poiché si ritengono superiori, spesso credono che gli altri li invidino, e si sentono in diritto di esigere che ci si occupi dei loro bisogni senza aspettare. Quindi possono giustificare lo sfruttamento degli altri, i cui bisogni o le cui convinzioni sono per loro meno importanti delle proprie(…) Questo disturbo di personalità si manifesta in persone che fanno carriera, ma può anche osservarsi in persone con scarsi successi”.

E adesso leggete un po’ quali sono i criteri diagnostici stabiliti con un protocollo internazionale dal DSM IV (diagnostic and statistic manual of mental disorder):

A. Un quadro pervasivo di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:
1. ha un senso grandioso di importanza (per es., esagera risultati e talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza una adeguata motivazione;
2. è assorbito da fantasie di illimitati successo, potere, fascino, bellezza, e di amore ideale;
3. crede di essere “speciale” e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o istituzioni) speciali o di classe elevata;
4. richiede eccessiva ammirazione;
5. ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè, la aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione delle proprie aspettative;
6. sfruttamento interpersonale, cioè, si approfitta degli altri per i propri scopi;
7. manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificare sentimenti e le necessità degli altri;
8. è spesso invidioso degli altri, o crede che gli altri lo invidino;
9. mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi.

(continua)

Posted by scirocconellostretto at 20:29:47 | Permalink | No Comments »

Monday, May 11, 2009

Tu quoque

Non aveva avuto per molti anni altra ambizione che il potere, e con grandi fatiche e pericoli l’aveva realizzata. La moltitudine ignorante se l’era conquistata coi doni, le costruzioni, le elargizioni di viveri e banchetti. I suoi li aveva acquistati con premi, gli avversari con manifestazioni di clemenza, insomma aveva dato a una città, ch’era stata libera, l’abitudine di servire, in parte per timore, in parte per rassegnazione. (Cicerone racconta Giulio Cesare).

E’ un’arte la dittatura silente. Giulio Cesare non istituì mai formalmente la monarchia, nonostante di fatto avesse emanato una serie di leggi e avesse operato tutta una serie di riforme che mettevano il potere totalmente nelle sue mani. La sua uccisione, passata alla storia come il grande tradimento di Bruto (Tu quoque, Brute, fili mi), in realtà fu l’unico gesto repubblicano di opposizione alla dittatura. La cospirazione non fu altro che rivoluzione, dopo una lunga resistenza, per fermare lo strapotere prima che fosse troppo tardi.

I dittatori di ogni epoca (historia magistra vitae, ancora e sempre) hanno operato innanzi tutto sul piano giuridico: leggi ad hoc, ora emanate, ora abrogate, ora modificate, ora interpretate, ora infrante – tutto purché venissero garantite l’inviolabilità, l’immunità, l’impunibilità del dictator.

Il secondo passo del perfetto dittatore è il culto dell’immagine. I cittadini vengono addestrati fin da piccoli a identificarsi con lui. Poco tempo fa avevo pubblicato nelle note di FB due interventi sulle lapalissiane coincidenze dei nostri giorni con il fascismo (“Vi ricorda qualcosa questa nostra storia?” – 1 e 2). Anche Cesare s’era costruito un’immagine di sé quasi divina, anzi divina, visto che affermò senza indugi la sua discendenza da Enea e da Venere.

Poi l’informazione. Ai tempi di Cesare erano le biografie ufficiali, o le autobiografie, le fonti di informazione sull’operato del dittatore, oltre che le statue con l’effigie e con il nome impresso e ai monumenti che celebravano le gesta del dictator. Cesare stesso narrò le sue imprese in terza persona, quasi fosse un reale storico distaccato.

Infine il bastone e la carota per legittimare e rafforzare il potere.
Il bastone - repressione, controllo dell’informazione, sistemi giudiziari falsati da leggi ad personam, sospetto, persecuzione, dispregio della Costituzione, leggi economiche che favoriscono una parte della società colpendo la restante maggior parte, annullamento dell’istruzione pubblica accessibile a tutti e favoreggiamento di una istruzione privata controllata e controllabile proprio perché destinataria dei fondi di Stato – garantisce la paura.
La carota – micro e macro vantaggi personali, spesso soltanto temporanei come i posti di lavoro a tempo sotto elezioni, onori pubblici, leggi esentasse e condono a gogo, effimera fama, godurie da lupanares, concubinato e adulterio offerte su un piatto d’argento in cambio di favori – garantisce il silenzio.
I privilegiati non si preoccupano dei diritti sociali lesi, perché mantengono, seppur minimi, i vantaggi personali.

E i dittatori, di tutti i tempi e di tutte le latitudini, hanno trovato nella paura e nel silenzio la loro forza.

Io, certo, ho paura. Della censura innanzi tutto. Di diventare facile bersaglio, poi.
Ma non starò zitta. Se poi avessi tanta gente al fianco, come me indignata, disgustata, allarmata non avrei nemmeno paura.
Perché se le dittature ci sono sempre state, anche le rivoluzioni hanno avuto la loro parte nella storia.

Posted by scirocconellostretto at 19:37:12 | Permalink | No Comments »