Osservo spesso gli imenotteri. La maggior parte delle volte le formiche, perché le api mi fan paura. Quand’ero piccola cercavo i formicai di terra in campagna e nelle fessure degli alberi, in città sotto le mattonelle del cortile, negli interstizi fra le radici di pino della circonvallazione e l’asfalto molliccio di sole. Li scoperchiavo a volte per osservare gli intricati intrecci delle gallerie, dei magazzini di raccolta, delle camere di incubazione delle uova. Oggi invece mi piace seguire il percorso all’esterno del formicaio. Il livello altissimo di comunicazione antennale mi commuove. Osservarle in colonna perfetta a doppia corsia percorrere lunghissimi tratti senza mai perdersi, in un mutuo soccorso l’una con l’altra, è una bella emozione. Soprattutto quando s’imbattono in certi insetti ben più grandi, ben più pesanti e le operaie cominciano a smembrarli. Pezzo dopo pezzo, una zampa, l’ala, l’antenna, un quarto di corazza e in fila indiana si aiutano, sollevano, spingono, tirano, tornando verso il formicaio.
Non riesco a immaginare le formiche impegnate politicamente, nell’accezione che oggi diamo al “politicamente”. Non mi sembra che le formiche facciano propaganda, intervengano a talk show, rivestano i muri di manifesti, si lancino insulti, né ho mai sentito di comunicazione mediatica falsa, condizionata o assente dentro un formicaio. Non mi sembra nemmeno che le formiche – la regina, le operaie, i soldati, le tessitrici, i maschi alati, le nutrici, le magazziniere – si astengano dal loro compito. Eppure la società delle formiche è quanto di più vicino io conosca all’idea di società e politica.
Forse perché al liceo mi hanno insegnato che politiké è ciò che attiene al governo della polis, cioè la cittadinanza o lo Stato, che esiste una tekné, un’arte dell’amministrazione della cosa pubblica, e che il cittadino è polites, parola che deriva dalla medesima radice polùs, cioè molto. Perché la polis è un molto, un insieme di molti, il polites appartiene al molto e la politiké è la gestione del molto.
Come le formiche, anche l’uomo è sociale. Costruisce la sua società come i formicai. Ognuno nella società ha il suo ruolo e deve rispettare le regole della comunità. Anche le formiche lo fanno. Ma loro non sgarrano mai. Non posteggiano in doppia fila, non evadono le tasse, non rubano, non uccidono se non per difesa, non s’imboscano per evitare il lavoro. Perché allora noi uomini invece sgarriamo nonostante la scelta di vita in comune?
Premessa lunga, ma il flusso di pensieri è attraversato da una scossa elettrica inesauribile e devo vomitare tutto quel che ho dentro per recuperami.
L’uomo è arrivato a un concetto più avanzato (o arretrato dipende dai punti di vista) di politica. E indica con l’espressione far politica non l’operato di chi conosce i segreti dell’arte dell’amministrare la cosa pubblica, bensì le strategie di chi conquista una fetta di potere. E tanto più saprà esercitare questo suo potere sul molto, tanto più sarà uomo politico.
Snaturando in tal modo il concetto stesso di politica.
Per me il politico è lo statista, è il legislatore, è il rappresentante del molto che lavora per il molto, è colui che mette davanti a tutto il bene dello Stato (cioè la polis, la cittadinanza) e che opera nell’amministrazione della cosa pubblica a vantaggio della comunità cui lui stesso appartiene.
Nel momento in cui il politico diventa un IO, un individualista, cessa la sua funzione sociale.
Provocatoriamente tempo fa nel mio blog avevo scritto che si dovrebbero eliminare del tutto gli appannaggi economici per i politici. Perché far politica è una missione, non può essere fonte di guadagno. E allora sì che si potrebbero vedere i politici veri, i veri statisti, i veri rappresentanti del molto, i veri legislatori per la comunità.
Ma le degenerazioni del concetto di politica ci sono sempre state, è vero. Non scopriamo l’acqua calda. E tutto sommato ognuno di noi (e ognuno di quelli prima di noi) è responsabile di questo reiterarsi della degenerazione nel corso del tempo. Non è questo che mi interessa in questo momento. Mi incuriosisce (ma mi fa anche arrabbiare), invece, la degenerazione della degenerazione. L’esagerato appropriarsi della scena pubblica da parte dell’individualismo, l’alterazione della costruzione sociale del formicaio umano, l’incapacità di dettarsi regole comuni e del loro rispetto nell’interesse del molto: questa esasperazione dell’IO è ciò che mi turba.
Comunisti, fascisti, verdi, bianchi, donne, uomini, pensionati sono categorie. Ma la polis, il molto, ha categorie sociali, non può, non deve avere categorie politiche. Possono esserci le idee, ma non le categorie nella politica. Perché la battaglia sindacale, ad esempio, di Termini Imerese non può interessare soltanto quegli operai della fabbrica Fiat, ma deve interessare anche me, polites, cittadino appartenente alla polis anche se non appartenente alla categoria di operaio di Termini Imerese, per le ricadute che nella vita sociale questa vicenda avrà.
Ecco manca proprio questo. Manca nell’uomo contemporaneo la volontà di vedersi un insieme, prescindendo dalle categorie e dalle classi e dagli elementi. Certo in matematica – pazienza se sparo fesserie non sono mai stata un genio matematico, m’interessa solo l’aspetto logico della matematica – in matematica, dicevo, nella teoria degli insiemi sono previste relazioni di appartenenza, inclusione, disgiunzione o non confrontabilità. Questo significa che evidentemente gli elementi che compongono un insieme possono appartenere allo stesso insieme, appartenere all’insieme anche se una parte di questi elementi è incluso in un altro insieme, non appartenere affatto né all’uno né all’altro insieme e così via dicendo.
Spostando lo sguardo sugli insiemi umani, è chiaro che nessuno pretende che tutti appartengano a uno stesso insieme, è chiaro che è naturale categorizzare, classificare le appartenenze (sono, sarebbero, le idee politiche), ma quanto meno non si dovrebbe arrivare agli insiemi che sono composti da un solo elemento, perché questo è solipsismo, ovvero l’esatto contrario della società, della polis, del molto.
Nella fattispecie, a livello italiano quantomeno, abbiamo assistito nel corso degli anni a una eccessiva moltiplicazione di partiti e partitini. Va bene la categoria delle idee, i trotzkisti non possono stare con i d’alemiani, lo comprendo, ma perché non possono stare nell’insieme centrosinistra, in una relazione d’appartenenza che mantenga la loro specificità? E quando dico “stare nell’insieme” non intendo affatto porre le basi sul discorso “bipolarismo”. Io sono contro, assolutamente contro, il bipolarismo, da sempre.
La mia paura è che fin quando non si riuscirà a recuperare il rapporto sociale con i componenti della società e fino a quando non si riuscirà a recuperare il senso civico, il senso dello Stato e da parte della gente e da parte di chi rappresenta la gente, avremo un moltiplicarsi di partitini sempre più piccoli, microinsiemi in cui IO rappresenterà soltanto IO. Ne approfitterà sempre il senza scrupoli o il qualunquista o il tornacontista o l’assetato di potere. Andrà avanti non il più bravo, non quello con il senso dello Stato più sincero, ma quello che potrà tenere sotto scacco pseudo alleati grazie al denaro, allo scambio di fanciulle in palazzi e ville private e non, alla promessa di piccoli favori micragnosi personalissimi. Andrà avanti l’antipolitica. L’antiStato.
Perché chi non è interessato al governo della cosa pubblica per il piacere d’esser utile come una formica operaia, sarà interessato al governo della cosa pubblica soltanto per accumulare denaro e potere e non ci penserà molto ad allearsi con chicchessia in un macroinsieme dittatoriale per mantenere quanto conquistato.
Ma, a mio parere, chi è interessato al governo della cosa pubblica e chi è interessato acché i suoi rappresentanti (democrazia indiretta) governino la cosa pubblica nel solo interesse della comunità, ha il dovere di partecipare, con le dovute differenziazioni ideologiche, a un insieme onesto che possa contrapporsi al macroinsieme opportunista.
Ecco perché non è più possibile un’ulteriore frammentazione partitica. Ecco perché è necessaria una partecipazione attiva della cittadinanza. Innanzi tutto andando al voto quando ci vien chiesto di esprimerci. E andarci preparati e convinti.
Sennò sulla prossima scheda elettorale campeggeranno diversi Partiti di IO. Un solo candidato, un voto. Otterranno il 100% del consenso, questo è sicuro.